Le confraternite laiche

La definizione di confraternita laica è ampiamente condivisa dagli storici, che la utilizzano per indicare un’ associazione spontanea di persone che si uniscono sotto la guida di un individuo, distintosi per motivi carismatici, politici o sociali, con lo scopo di condurre in comune la loro vita religiosa. In particolare si tratta quasi sempre di persone laiche amministrate da laici  anche se esistevano esempi di confraternite formate da religiosi. Naturalmente queste confraternite avevano molto in comune con la Chiesa cattolica, sotto la cui guida si svilupparono, condividendone divisioni e riforme.

Secondo J. Bossy le confraternite affondano le loro radici nella fraterna, la comune cristiana tipicamente medievale che si basava sul mutuo soccorso e sulla condivisione dei beni, per lasciare poi il posto all’individualismo tipico della cristianità moderna .

Tale considerazione ci fa ben  capire come le confraternite fossero soggette ad un’evoluzione duplicemente sollecitata: dall’evoluzione della società e dal pensiero religioso, due elementi che trovavano nelle congregazioni laiche il perfetto terreno di incontro e scontro.
La storia della nascita delle prime confraternite è lontana nel tempo ed estremamente disordinata. Si possono individuare precedenti di “società” laiche forse già a partire dal IV secolo, anche se  le prime confraternite documentate, in questo caso religiose, risalgono al IX e X secolo. Lo scopo principale di queste societates era la preghiera per i vivi e la salvezza delle anime, ma parallelamente, in particolare dal XI secolo, il laicato «si organizzò maggiormente, intento a prendere iniziative impensabili prima di allora».

Con il XII secolo abbiamo le prime notizie di numerose congregazioni  laiche, per la maggioranza cittadine, che operavano negli ospedali  come quella di Viterbo di inizio XII secolo e quella di Orvieto creatasi verso la fine del medesimo secolo. Ma è con il XIII secolo che i domenicani  diedero un ulteriore impulso allo sviluppo di congregazioni, legate ai loro conventi, con compiti di assistenza caritatevole e di cura della salvezza delle anime. In questo contesto si inserisce anche l’opera fortemente antiereticale (in particolare contro i catari)  e combattiva di San Pietro Martire , che creò varie confraternite come la Congregazione della Vergine (a Milano nel 1232 e a Firenze nel 1245) o come quella detta dei “Crocesignati”.

Importantissimo, per l’epoca e per gli sviluppi di questa tesi, è il movimento penitenziale francescano che, guidato dal predicatore laico Raniero Fasani, culminerà nella Grande Devozione dei  flagellanti nell’anno 1260.

Folle di penitenti che si flagellavano la schiena in atto di penitenza a Dio si snodarono nell’Italia centrale toccando i centri di Perugia, Roma, Parma e Bologna. Tale movimento fu di breve durata anche per i disordini sociali che comportava, ma ebbe il merito di affermare la disciplina come indispensabile strumento di penitenza e di comunicazione con Dio, oltre a dare vita a numerosissime confraternite  di Disciplinati. Rapido arrivò  il sostegno della popolazione, ma anche «il controllo della gerarchia ecclesiastica, che anzi la utilizzò in funzione antiereticale come deterrente» , tanto che, se nella Firenze del Duecento gli ordini mendicanti preferivano sostenere le compagnie di laudesi e le fratellanze della Misericordia, il Trecento vide un inversione di tendenza con la preferenza per le confraternite dei flagellanti. Le successive ondate di entusiasmo per  le confraternite di penitenti coincisero quasi sempre con eventi di violenta drammaticità come guerre, carestie e pestilenze, che erano interpretate come punizioni divine contro l’umanità peccatrice, da qui la necessità di pentirsi e punirsi per alleviare la propria posizione e cercare il perdono. Caratteristico è l’esempio del 1399, anno che vide la formazione del movimento dei Bianchi, candidi incappucciati che si flagellavano itinerando per le città fino a sfociare nella fondazione di confraternite e associazioni: «Così, la grande fioritura delle confraternite, protette dagli ordini mendicanti,  e legate più o meno direttamente a questa forma di devozione, fornì un potente sfogo alle eventuali tensioni religiose del laicato» .
Sul XV secolo le tesi degli studiosi sono spesso discordanti: c’è chi sostiene un raffreddarsi dell’attività delle congregazioni, coerente con il periodo rinascimentale talvolta presentato come denso di irreligiosità e paganesimo, e chi invece, basandosi su statuti cinquecenteschi, non vede variare sostanzialmente la vitalità congregazionale. Christopher Black risolve la diatriba appellandosi all’irregolarità della realtà italiana che vide zone di forte attività e altre di maggiore trascuratezza .
Verso la fine del Quattrocento è documentata una forte rinascita delle confraternite, sia a livello numerico che di tipologia e attività. Ulteriore punto di svolta di questa evoluzione e cerniera tra il periodo medievale e quello moderno è sicuramente il Cinquecento che vede il passaggio dall’entusiasmo congregativo quattrocentesco, fondato sulle solide basi della cristianità corporativa medievale, attraverso le nuove tendenze pietistiche e assistenziali, fino al periodo controriformistico che trasforma le congregazioni in strumenti di lotta alle eresie e sostegno all’ortodossia  cattolica.

Sono numerosi, infatti, i movimenti di rinnovamento spirituale antecedenti alla riforma luterana che vedono coinvolte le confraternite italiane; in particolare con la fine del Quattrocento si diffonde l’esperienza della Devotio Moderna dei Paesi Bassi del XIV secolo che insisteva sul ruolo di Cristo in quanto mediatore e uomo; conseguentemente si richiedeva al laico una maggiore partecipazione all’attività religiosa e caritatevole. Si diffuse quindi una spiritualità più individuale, contemplativa e meditativa che sminuiva le istituzioni ecclesiastiche, comportando diffuse ventate di anticlericalismo.

In questi cambiamenti è possibile riconoscere gli albori della “Riforma Cattolica”, che si diversificano dagli atteggiamenti controriformistici per la conciliazione in alcuni aspetti con il pensiero della riforma luterana. Molti furono tra Quattrocento e Cinquecento gli alfieri di questi venti d’innovazione religiosa, come San Bernardino da Siena, l’arcivescovo Antonio da Firenze e fra’ Girolamo Savonarola su tutti, che predicavano l’importanza di una vita morale corretta, della disciplina, delle opere caritatevoli, della confessione  e della comunione  frequente; in sostanza propugnavano un rinnovamento spirituale in opposizione alle autorità ecclesiastiche centrali.
La confraternita del Divino Amore, fondata nel  1497 a Genova da Ettore Vernazza e diffusasi rapidamente in tutta la penisola, non è solo l’esempio  della ricezione di tale messaggio, ma soprattutto del bisogno di assistenza per i meno fortunati, in quei tempi assai numerosi per la situazione in cui versava l’Italia dopo l’invasione francese del 1494 . A partire dalla seconda metà del Quattrocento, infatti, le devastazioni prodotte dalle guerre d’invasione, le continue carestie e i disagi causati da frequenti situazioni di crisi economica portarono i riformisti, ad impegnarsi in attività umanitarie ed assistenziali.
Intorno al secondo decennio del XVI secolo è documentato il più duro attacco subito dalle confraternite laiche, in particolare nel nord Europa, ma con pesanti ripercussioni anche per le organizzazioni italiane. È il 1519 quando Lutero, scagliatosi contro i mali della chiesa romana bolla così il sistema confraternitale laico e religioso: “Ci si riunisce per satollarsi e tracannare, si fa dire una messa o alcune messe, e poi si dedica al diavolo tutto il giorno, e la notte e il giorno seguente; e non si fa altro che quello che dispiace a Dio. Questo furioso modo di fare è stato introdotto dallo spirito maligno, sicché, ciò che si chiama una confraternita, è piuttosto una combriccola, ed è proprio una costumanza pagana, anzi maialesca. Sarebbe molto meglio che non vi fossero fratellanze nel mondo, che il dover sopportare simili eccessi. I signori temporali e le città, insieme con le autorità ecclesiastiche, dovrebbero fare in modo che siano abolite; poiché in ciò si fa un grande affronto a Dio, ai santi e a tutti i cristiani, e si fa del culto e del giorno festivo una beffa del diavolo”.


La diretta accusa di Lutero risuonò pesantemente in tutta Europa e venne immediatamente intesa dalla Chiesa come un pesante affronto a quella struttura che ormai da secoli univa e veicolava la religiosità dei laici. In realtà le accuse di Lutero miravano a scuotere un sistema congregazionale che in alcuni casi si era alienato dal senso dell’originale fratellanza cristiana, divenendo invece una sorta di circolo chiuso per una devozione elitaria; per Lutero si sarebbe dovuti tornare «ad un’unica, grande fraternità, senza confraternite in mezzo a creare divisioni e polarizzazioni»   Successivamente, a partire dal 1560, con l’avviarsi della Controriforma tridentina, l’importanza delle congregazioni mutò diventando agente della riforma sotto lo stretto controllo ecclesiastico. In Italia, in particolare nella parte settentrionale, quella a maggior vivacità confraternitale, la Riforma luterana diede un enorme impulso ad un ulteriore sviluppo delle organizzazioni religiose, che vennero utilizzate dalla Chiesa in funzione antiereticale. Infatti, il Concilio di Trento, oltre a disciplinare il comportamento del clero e a porre rimedio ai mali maggiori della Chiesa, si occupò di organizzare e controllare al meglio le organizzazioni laiche, che se lasciate fuori controllo sarebbero potute diventare facile preda, e veicolo di propaganda, delle eterodossie religiose.
Ma come cambiano le confraternite nel lungo XVI secolo? Come la  loro vulnerabilità, in quanto spesso alternativa sovversiva delle autorità episcopale e parrocchiale, si trasformò in baluardo di difesa dalle eresie e dalla religione protestante? Sicuramente il valore delle congregazioni si riconosce nelle peculiarità che esse svilupparono in questo periodo: nella possibilità che davano ai laici di seguire la religione in maniera più diretta e collettiva, la possibilità di un controllo sociale da parte delle élite sociali e religiose, favorivano rapporti sociali più armoniosi e fraterni, svolgevano un ruolo importante nell’ambito culturale, ed infine offrivano risposte ad una serie di esigenze.