La confraternite dei Disciplinati

L’origine dei movimenti di disciplina.

A distinguere i Disciplinati dalle altre confraternite sono due particolarità, comunemente condivise dagli studiosi in materia: nacquero in stretta relazione con alcuni movimenti di penitenza e la particolare devozione che le contraddistinse: la flagellazione o disciplina. La flagellazione volontaria e rituale, che accompagnava la preghiera o le celebrazioni dei confratelli, fu sempre una loro specifica connotazione, tanto che le rappresentazioni iconografiche dei Disciplinati non prescindono mai dalla loro rappresentazione con il flagello. L’importanza della flagellazione nel contesto della nascita delle confraternite di Disciplinati viene evidenziata nel volume riguardante gli atti del Convegno Internazionale di Perugia del settembre 1960, Il movimento dei disciplinati nel settimo centenario del suo inizio. L’uso e la diffusione di tale pratica penitenziale vanno cercate sicuramente nella lunga tradizione medievale che trasformò una pratica punitiva, la verbatio, nata per far espiare lievi colpe in ambito civile e militare , in una dimostrazione fisica del pentimento del fedele di fronte alle sue debolezze ed ai suoi peccati. Attraverso  secoli tale pratica, dalle assodate origini antichissime, assunse diverse caratteristiche e significati a seconda del periodo e dell’utilizzo . Una data spartiacque nella storia della flagellazione volontaria può essere intesa con l’XI secolo, periodo in cui si colloca la figura di San Pier Damiani , che teorizzandola definitivamente, la promuove per due motivi principali: compatire in modo attivo le sofferenze del Cristo e dare prova della propria predisposizione al martirio anche in un periodo senza persecutori. Precedentemente la disciplina era stata sviluppata dal monachesimo altomedievale come punizione somministrata da un superiore per una trasgressione delle regole. Leclercq, ad esempio, cita il famoso esempio di San Benedetto, che dedica molto spazio a questa pratica punitiva nei suoi scritti, chiamandola in diversi modi: disciplina, correptio, verbera, vindicta corporalis. Inoltre nella sua famosa Regola il “corpus catigare” è elencato come una delle opere buone che allontanano il peccato e avvicinano alla salvezza eterna. Altri inviti alla penitenza  possono essere rintracciati nella vasta letteratura agiografica, come l’esempio di San Bavone di Gand , che alla flagellazione assegnava il valore escatologico di ripararlo nel giorno del giudizio finale. Questa era la flagellazione fino al secolo XI, un’unica pratica circondata da motivi applicativi vari e differenti. Successivamente si colloca la figura di San Pier Damiani, ritenuto da molti il teorizzatore e difensore della disciplina. In ben sedici dei suoi scritti sono riscontrabili inviti alla penitenza corporale, perlopiù per due motivi principali: compatire in modo attivo le sofferenze del Cristo e dare prova della propria predisposizione al martirio anche in un periodo senza persecutori . Un’altra figura degna almeno di un rapido accenno è Sant’Antonio da Padova che da molti è considerato il promotore del movimento dei Disciplinati proprio per aver spesso guidato le processioni dei Battuti nella sua città .

Ma è con la seconda metà del XIII secolo che la flagellazione raggiunge la sua massima diffusione e considerazione, in particolare a partire dal 1260 grazie a due personalità religiose del periodo: Gioacchino da Fiore  e fra Raniero Fasani. Nel secolo XIII, gli ideali affiorati nei movimenti popolari dei secoli precedenti, quali per esempio, una più immediata imitazione della vita apostolica e l’esigenza della predicazione itinerante del Vangelo, si erano andati tinteggiando di un’intensa attesa escatologica, che divenne poi trepidante certezza nel sesto decennio del Duecento. Proprio in questo periodo, il monaco calabrese Gioacchino da Fiore aveva individuato, seppur con cautele e riserve , il 1260 come un anno decisivo per la cristianità e per l’umanità intera. Egli aveva tratto questa data sia dal capitolo XII dell’Apocalisse , sia dal calcolo delle generazioni di Cristo che erano intese come 42 di 30 anni ciascuna. Questo sincronismo con l’origine del movimento dei Flagellanti, la cui origine “ufficiale” è riconosciuta nel maggio del 1260, ha fatto sì che si pensasse al messaggio gioachimita come causa scatenante della genesi del movimento del Fasani. In tal senso può essere interpretata la testimonianza contenuta nella Cronica di Salimbene de Adam: «eodem anno debeat inchoari doctrina Ioachim abatis, qui dividit mundum in triplici statu  […] inchoatum dicunt in illa verberatione, quae facta est MCCLX, indictione III^, quando qui verberabant, se clamabant Dei voce set non hominis» .
Diversa è invece l’opinione di studiosi come  Manselli e Frugoni che, sulla base delle memorie del Salimbene, non confermano affatto la connessione tra i due movimenti: “anzi appare addirittura negato ogni carattere gioachimitico del moto dei Flagellanti” . Infatti, sempre dalla cronaca del Salimbene , ci arriva un’analisi più profonda del rapporto tra il movimento dei Flagellanti e le suggestioni profetiche di Gioacchino da Fiore. Egli narra che, prelevato da Sassuolo, si era accompagnato a quella vasta schiera: chi si rifiutava di flagellarsi era giudicato il peggiore alla stregua di demoni e che presto sarebbe stato colpito da malanno. Ma il Salimbene escludeva che il moto fosse stato generato da eccessivi timori apocalittici, etichettando quelle profezie come “hominum fantasticorum”. I gioachimiti indicavano sì vari segni visibili della fine del mondo, come pestilenze, carestie e guerre, «ma la vera devozione del movimento rispondeva a tutt’altre richieste della società di quel tempo, a tutt’altra utilità»: analizzando la situazione perugina vediamo quanto la situazione politica, con l’ascesa del Ghibellinismo e la battagli di Montaperti , fosse stata determinante per la nascita del movimento dei penitenti. Proprio sull’importanza della battaglia di Montaperti, il Morghen aggiunge: “Il fatto poi che la diffusione del movimento dei Flagellanti fosse consapevolmente impedita e repressa nella Marca di Ancona e nell’Italia Meridionale, dove, cioè, era presente ed efficace la potenza di Manfredi e nelle regoni dell’Italia Settentrionale, dove dominava Uberto Pelavicino … potrebbe essere un indizio non trascurabile in favore dell’ipotesi che la battaglia di Mentaperti e la riscossa di Manfredi e del ghibellinismo rappresentarono la causa determinante dell’insorgere della grande devozione del 1260, nel particolare clima spirituale dell’epoca”.

In realtà fu la figura di un altro frate, Raniero Fasani, che diede un vigoroso impulso alla disciplina come attestato pubblico di penitenza e come pratica di massa. «La nascita del movimento della disciplina», ricorda il Meersseman «può essere fissata storicamente da un atto del Consiglio comunale di Perugia del 4 maggio 1260, per mezzo del quale fra Raniero ottenne la proclamazione di quindici giorni di astensione generale dal lavoro […] senza dubbio per potervi predicare una sorta di missione» . Dai pochi documenti menzionanti il frate, si ricavano ancor più scarsi cenni, che definiscono la vita di un uomo sposato, con figlie, che avrebbe abbracciato, con il consenso del coniuge, lo stato religioso probabilmente in corrispondenza del diffondersi del movimento della Penitenza  sul modello di San Francesco d’Assisi. Molto di più sulla vita del frate, in particolare relativamente alla sua “mistica investitura a paladino della flagellazione”, ci raccontano le “leggende”. Tali fonti, scritte al termine del movimento dei Flagellanti e spesso conservate come incipit negli statuti delle confraternite dei Disciplini,  raccontano una vita passata a flagellarsi “occulte”, che fece scaturire l’illuminazione di una necessaria diffusione pubblica della sua penitenza; non pochi lo imitarono e lo seguirono proprio per la volontà di stornare l’ira divina per i turpi peccati di lussuria, eresia ed usura: «multi cum domino fratre Raynero nudi coeperunt facere disciplinam, et omnes qui habebant odia, ad pacem et concordiamo pervenerunt» . Questa penitenza era principalmente basata sulla fustigazione pubblica, «per nutrire l’amore e compensare il peccato»; in particolare, vi era la volontà di compatire le sofferenze espiatorie del Redentore  subite nella Passione. Porre rimedio ai propri peccati, soddisfare di fronte alla giustizia divina i peccati di tutti, sentiti dolorosamente come una presenza massiccia e minacciosa della società, punirsi e umiliarsi per mezzo dell’umiliazione violenta delle percosse a sangue, in pubblico, sul nudo corpo, in una vita tutta nuova, questo indicava la flagellazione. A Perugia questo spettacolo dei flagellanti dovette essere ripetuto più volte: cominciato nella Pasqua del 4 aprile 1260, divenne così importante, nella vita cittadina, che i religiosi , promotori di quella devozione, «et specialiter» fra Raniero, avevano chiesto, appunto «propter utilitatem divotionis» , poichè stimolava a più fervida vita religiosa, a più rigorosa moralità e a generali, benedette, riconciliazioni, che si indicesse, uno sciopero di quindici giorni, cosicché a tutti fosse permesso di assistere con profitto alla “divotio” che si sarebbe  protratta ancora per due settimane. Questo ulteriore rilancio ci dimostra il successo del primo ciclo e l’importanza della figura di fra Raniero come promotore e guida spirituale dei penitenti; oltre che a rivelarci l’apparente favore con cui le autorità civili accolsero la nascita della folla dei flagellanti .

Molte e interessanti sono le testimonianze scritte pervenuteci che testimoniano il diffondersi del pellegrinaggio dei battuti in varie parti d’Italia: da Roma  a Bologna i penitenti portarono l’esempio dei loro voluti patimenti a molte grandi città. A Bologna la devozione arrivò il 10 ottobre di quell’anno con un pellegrinaggio dei vicini imolesi e con una tale forza emotiva e sociale da lasciare traccia nello Statuto comunale , affinchè la pace e la concordia avessero «perpetuam firmitatem» . Dalla loro città i Bolognesi partirono per Modena il 19 Ottobre, i modenesi a loro volta a Reggio e quindi a Parma; e così via «de civitate in civitatem», «per civitates et villas et castella» . Una devozione senza fissa durata, quella dei flagellanti nel 1260, che non si compì in pellegrinaggi definiti ed organizzati ma in moti spontanei della durata della vita di ciascuno. Tali processioni erano composti da uomini di varia estrazione sociale, «nobiles et populares, tam parvi quam magni» che nella maggior parte dei casi procedevano disposti su due file, oppure in grande stile sotto forma di solenne processione come nel caso dei modenesi verso Reggio . Colonna sonora delle processioni erano sopratutto canti e lodi di pace, uniti alle invocazioni alla Vergine della Misericordia, che solitamente venivano ben accolte dalla città ospitante; qui i flagellanti vagavano per gli altari delle chiese, flagellandosi incuranti dei loro patimenti terreni. Le donne che non potevano unirsi a quell’esercizio di nudi penitenti si ritiravano «in cubiculis suis» per flagellarsi .
«Ma in Italia le migrazioni dei flagellanti cessarono in gennaio probabilmente per il freddo intenso […]. Ritornati alle loro dimore l’eccitazione si placò, ma l’idea continuò ad agire come un fermento. Quelli che avevano partecipato al pellegrinaggio e alla frustigazione in pubblico si raggrupparono in confraternite locali …» . Così la disciplina divenne una pratica rituale chiusa e destinata ad essere un approccio alla religione più intimo ed individuale.

Da movimenti a confraternite.

Come visto nel precendente paragrafo, alla base del primo movimento di flagellanti del 1260, vi era una forte volontà del laicato di superare la tradizionale devozione, dettata dai vertici ecclesiastici, verso una religiosità più attiva e partecipe tale da superare le contraddizioni della società civile in contrasto con la religiosità rigorosa. Quella del XIII secolo è una crisi religiosa che tradisce in maniera evidente la crisi di tutta un’età . A cercare di porre rimedio a questa gravosa questione religiosa dapprima nacquero spontanei i movimenti di Penitenti e flagellanti, successivamente si stabilirono le confraternite dei Disciplinati. La distinzione tra Penitenti e Disciplinati diviene a tal punto doverosa  e lo spunto distintivo ci viene offerto da un’ intervento  del Meersseman nel saggio  Disciplinati e Penitenti nel Duecento  : «I Fratelli e le Sorelle adottavano volontariamente il regime di vita imposto, per diritto canonico, ai peccatori pubblici riconciliati, e specialmente il digiuno e l’astinenza in certi giorni […], la rinuncia al matrimonio per i celibi e la continenza periodica per i coniugati». Diversamente per i Disciplinati: «l’ascesi penitenziale consisteva unicamente nel darsi la disciplina, […] quella vicaria disciplina scoparum dei monaci tanto lodata da S. Pier Damiani». Conclude il Meersseman «evidente che Penitenti e Disciplinati erano spinti da un medesimo desiderio di penitenza volontaria, […] tuttavia i primi si sottomettevano ad un regime ascetico perpetuo»; così mentre i Fratelli della Penitenza rimasero soggetti ad uno stato penitenziale dovuto anche al termine dei movimenti di fervore, i Disciplinati poterono scegliere liberamente di riunirsi settimanalmente in associazioni locali per mantenere la pratica della disciplina .
Lo stabilirsi delle confraternite, sempre secondo il Meersseman, andrebbe distinto in due categorie primarie: «quelle stabilitesi presso qualche convento, e quelle che invece si potrebbero definire indipendenti» ; il primo caso era sicuramente il più diffuso e portava i confratelli ad agire in seno a qualche ordine mendicante o clericale preesistente. Sovente si riunivano per la disciplina nelle sale dei conventi domenicani o francescani, oppure chiedevano aiuto ai più colti ecclesiastici per la redazione di statuti o per la celebrazione di messe particolari . Diversamente alcune confraternite di Disciplinati preferirono non stabilirsi presso alcun convento, probabilmente per rimarcare la propria indipendenza e si stabilirono in edifici che divennero oratori e sedi della confraternita, ma talvolta anche ospizi e depositi . Raramente tale indipendenza fisica era accompagnata anche da un’ indipendenza dal controllo vescovile; anzi, era necessario sottoporre gli statuti fondativi all’approvazione vescovile e cercare di ottenere indulgenze che nobilitassero e dessero prestigio alle confraternite .
Sugli statuti molto si dirà nei due capitoli successivi, dove saranno analizzati alcuni esempi bergamaschi e si cercherà di tracciare gli elementi comuni ad altre realtà geografiche italiane; certo è che gli statuti si resero necessari sia per regolare la vita sociale della confraternita, sia per stabilire delle linee guida che esprimessero la religiosità e la devozione dei Disciplinati. Gli Statuti e le Regole si possono a buon diritto considerare i documenti per eccellenza pervenuteci relativamente ai Disciplinati; spesso sono veri e propri atti costitutivi della confraternita: sanciscono il culmine del passaggio tra movimento devozionale, spontaneo ed emotivo, alla più ragionata e regolamentata religiosità delle congregazioni. Giuseppe Alberigo intervenendo nel dibattito sul passaggio dai movimenti penitenziali alla creazione delle confraternite  segnala l’anno 1417  come spartiacque poiché da quell’anno «non si ha più in Italia un movimento penitenziale, mentre le confraternite continuano a fiorire»; da quella data in poi, per tutto il XV e XVI secolo le confraternite dei battuti divennero realtà stabili sempre più affermate e diffuse «fino a diventare la forma più diffusa e meglio caratterizzata del laicato in Itaia» .
Infatti l’ultimo grande pellegrinaggio penitenziale religioso in Italia si era sviluppato alle soglie del XV secolo, in un’Europa travagliata da dissidi religiosi, carestie e pestilenze. Tale movimento nacque quasi certamente in Francia, territorio tutt’altro che immune ai tumulti religiosi ; pare infatti che in origine ci fosse stata la visione di un contadino francese nel maggio del 1399: una Madonna biancovestita farsi avvocata dei peccatori e ottenere dal Cristo, deciso a «disfare lo mondo», la salvezza per coloro che avessero intrapreso una processione, anch’essa biancovestita, per nove giorni . In Italia, questo movimento mostrò immediatamente la sua popolarità diffondendosi da Genova in tutta la penisola. I pellegrini, chiamati i Bianchi per le loro vesti candide, diedero vita ad un pellegrinaggio con precise caratteristiche: scalzi, le candide tonache penitenziali segnate con una croce vermiglia sulla schiena per gli uomini, sulla testa per le donne. Alla flagellazione preferivano seguire la croce, predicando misericordia e pace, e intonando lo “Stabat Mater”, un lamento canoro incentrato sulle sofferenze della Madonna per il martirio del Figlio. Per nove giorni non potevano dormire in mai in “terra murata”, non mangiavano carne digiunando il sabato e ogni giorno assistevano alla messa in qualche città o castello . Seppur distanti poco più di un secolo, i due moti penitenziali principali, quello ispirato dal Fasani e questo dei Bianchi, appaiono estremamente diversi sia nella modalità di svolgimento che nelle finalià. Per il moto penitenziale dei Bianchi si constata facilmente una quasi totale assenza di quella violenza ascetica e penitenziale che era stata la base dei flagellanti del 1260. Lo scopo dei Bianchi era infatti un pellegrinaggio né lungo né violento, una sorta di celebrazione itinerante per tutti diretta a Roma. Di grandissima vastità ed eco nella società italica, questa devozione espresse una serie di emozioni e sentimenti di massa innovativi, ma soprattutto dette un’ulteriore impulso alla diffusione delle confraternite dei Disciplinati che spesso mutuarono lo stile della loro cappa da quello dei penitenti Bianchi.
Già dai primi decenni del Quattrocento inizia, quindi, una sorta di nuova storia riguardante le confraternite dei Disciplinati che tenterebbe lo studioso nel concepirla come una storia a se stante e a prescindere dall’evoluzione delle confraternite del Duecento e del Trecento così particolarmente scaturite dal desiderio di continuare l’entusiasmo devozionale scatenato dalle ondate di moti penitenziali. In realtà, proprio come sostenuto dall’ Alberigo, per cogliere al meglio lo sviluppo delle confraternite del Quattrocento, è fondamentale focalizzarsi sugli elementi di continuità e di differenziazione. «Ciò esige una duplice direttrice di ricerca. In una direzione si tenterà di porre a confronto le caratteristiche salienti delle compagnie duecentesche e trecentesche con quelle successive. Così come da un altro punto di vista occorrerà tenere d’occhio al mutamento del contesto storico generale, soprattutto nelle sue componenti religiose, spirituali ed ecclesiastiche» .